LA STANZA CIRCOLARE


Adesso che le ali si son fatte brune
le osservo  sgargianti ai tempi dei giochi
quando

come topolino ignavo del futuro
ma esperto a zazzicare cromie per  le sue ali
distrattamente stava a snocciolare ritmate cantilene
riverberi scintillanti  dentro gusci vuoti

dentro camini in disuso o soffitte piene
tra agglomerati di fili, mobili, cartoni industriali,
tra siepi scure e fresche o in periferie invernali,
in gran segreto, lontano dagli sguardi senza luce

ma triste, dove i giganti dimentichi non passano.
Le ali si son fatte brune,

brunito il carapace, che a breve
lascerà quelle sue piccole storie per sbiancarsi a nuova luce.

 

 

CONTENITORI

I Contenitori sono oggetti fatti di argilla refrattaria smaltata, materiale che mi consente velocità esecutiva e libertà processuale; inoltre questo materiale povero porta con sé un valore per me attuale e necessario: è degradabile.
Sapere che l’uso dell’argilla accompagna l’origine della storia umana fin dalla notte dei tempi, resta un’apertura stimolante. Come polvere magica ci collega ai nostri antenati. Entrare in questo ancestrale manipolare appaga il piacere di smarrirmi, di azzerarmi, per ritrovare le orme di un pensiero e di un lessico potentemente femminile e dal fascino inatteso.

Ecco i motivi per i quali questo tipo di creazioni non sono né scatole, né tantomeno sculture.


 


Chiamo questi oggetti “Contenitori” perché la loro forma esterna è d’importanza secondaria rispetto al vuoto che racchiudono. Il “vuoto dentro” crea la forma esterna e non viceversa. È immaginato come spazio da scoprire e da vivere, da scomporre e ricomporre.
Soddisfatta la curiosità o la necessità del loro uso, mi piace che l’interno possa tornare a essere spazio nascosto, custode di piccoli misteri celati alla vista e che i vari pertugi, scomparti, piani scorrevoli e tappi, una volta chiusi del tutto, tornino forma con la loro superficie ieratica e imperturbabile.
Il primo Contenitore lo realizzai verso i vent'anni, a seguito di una delle esperienze più forti della vita: la sparizione della persona a me più cara. Modellai un’urnetta in argilla, sormontata da un tappo con forma di fanciullina nel sonno. Non diedi tanta importanza a questo manufatto e non ne feci cottura; ripensandoci oggi credo proprio che sia stato l’inizio di un omaggio alla fiducia nell’eternità. Inconsapevolmente, fui come le prèfiche dedite al pianto e alla cura del defunto. Ancora adesso, dopo periodi particolarmente faticosi, quando all’orizzonte non scorgo nessuna epifania, torno a quella procedura come per riprendere quota, in afflàto con l’al di là.

Risale alla fanciullezza, invece, costruire spazi; questo è un gioco che il mio corpo non dimentica. Da piccola, fuori all’aria aperta, l’opportunità di progettare in grande era proporzionata alla zona industriale dove vivevo. Qui i materiali non mancavano mai: grandi pancali, giganti imballaggi di cartone, addirittura celle frigorifere di camion dismessi, tutti oggetti che strabordavano per quantità e, alla mia vista, per spettacolarità. Costruivo ambienti unici destinati ad accogliere i compagni di gioco in previsione di strampalate regie balenatemi nella testa: un bar, un negozio, un circo.
Nell’immensa soffitta che copriva l’appartamento e la fabbrica dei gelati allestivo comode case per raccoglimenti in solitaria, davo vita a uno spazio tutto mio ammassando vecchi mobili che fungevano da pareti e da soffitto, creavo il mio vuoto necessario, una casa-utero accogliente e segreta, spazio caverna con vista cielo, spazio sottratto alla vista di tutti.

Questo desiderio di costruire per contenere gli altri o me stessa è un fare atavico e con il tempo ne ho afferrato il senso. Forme-utero consolatorie per intime necessità, custodi di piccoli segreti, oppure fornetti per bruciare incensi o erbe aromatiche, scaldini, un divertissement per me o per l’altro.
Prima di avvicendarmi in progetti fermi nel cassetto perché ancora in fermentazione, plasmo un nuovo gruppo di contenitori, certa di ossigenarmi di leggerezza come a piegare il corpo e la mente nella pratica di riscaldamento per i saluti al sole prima di una sessione completa di ashtanga yoga.
Ogni gruppo di Contenitori corrisponde a momenti diversi, per questo sono svariati sia nelle forme che nei colori. Ogni volta riparto d’accapo o con fare controllato, attingendo dai disegni dei taccuini, oppure con processualità improvvisate perché suggestionata dai luoghi che visito, dove ancora è dato tempo per esprimersi alle mani degli artigiani. Pettini d’osso, bottoni di madreperla, residui industriali di metallo, oppure forme naturali di conchiglie, cristalli di rocca, piccoli oggetti lavorati da altri o miracoli naturali: ad ognuno di questi darò un posto d’onore all’esterno del Contenitore.
Succede così che ogni volta germogliano forme inaspettate: geometriche, lineari, essenziali, forme dall’andamento verticale in equilibrio precario, ma anche forme organiche, panciute, ellittiche, abitate da figure zoomorfe che vanno a chiudere la sommità dei Contenitori oppure figurine di fanciulline, sedute, distese, vestali di possibili urne, sdraiate su letti, o custodi di astronavi in previsione di viaggi interstellari.

Pratico la tecnica della ceramica Raku per la smaltatura che mi permette di usare gli ossidi e le cristalline con modalità proprie della pittura informale. Mi piace dare memoria alla materia con le sue tracce e i suoi residui e, con il segno del gesto, dare di nuovo inizio alla vita.
Sulle superfici ben levigate posso ottenere il nero del bucchero per potenziare le selvagge cromie, così realizzo la soddisfatta nostalgia verso i neri idoli indiani, intrisi di gruta dal pungente odore acre, gialli di curcuma, rossi di kumkum. Con i miei smalti cerco di imitare l’aspersione di sostanze rituali spruzzate dai Rishi.
Nelle mie istallazioni, dove sovente al centro predominano divinità augurali, i Contenitori sono i protagonisti rituali, comparse solenni che con le loro livree colorate affiancano e si adattano al tipo di energia evocata.
Collego a questo mia tecnica un gioco di quando ero piccola che mi procurava un’appagante piacere. Mi chiudevo in bagno di fronte allo specchio e appoggiavo sopra la consolle un piccolo Gesù bambino del presepio. In casa era tradizione solo l’albero di Natale, non esistevano né credi né pratiche religiose, mentre per me quel bambinello, dimenticato tra mille cianfrusaglie, rappresentava già qualcosa di sacro.
Guardandomi allo specchio parlavo con trasporto alla statuina e cominciavo una serie infinita di abluzioni sopra l’immaginetta prediletta, con miele, talco, succo d’erba fresca, olio. Aspettavo la sedimentazione di tutti quegli ingredienti pensando al loro benefico effetto, poi per tornare all’ordine lavavo il Gesù accuratamente con acqua profumata, lo avvolgevo in un piccolo fazzoletto di lana, cantavo e danzavo per lui sopra il bordo della vasca da bagno sempre guardandomi allo specchio, unita a lui. L’intero gioco consisteva in una sequenza scrupolosa, di cui solo adesso capisco il senso o quantomeno non mi è più tanto misterioso e insolito quel piacere: un viaggio in una stanza, una pūjā in miniatura!  

 

 


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